Il nostro recente articolo sul fenomeno dell’online outsourtcing ha destato un certo interesse in rete, anche perché si parla molto poco di questo argomento. Tra i numerosi commenti in rete che ho letto, ne cito uno, in particolare, comparso all’interno del gruppo Professionisti e Consulenti ICT – Italia, in LinkedIn, di Roberto Galoppini, uno dei maggiori esperti italiani di Open Source.

Roberto, commentando il nostro articolo, ha citato i dati recentemente pubblicati sull’utilizzo di Rent A Coder, il più famoso, tra i siti dove è possibile ingaggiare programmatori di tutto il mondo per ottenere codice software nei linguaggi più disparati. Lo ha utilizzato anche Amelya per realizzare il proprio Ufficio Virtuale.

I dati relativi ad Aprile 2010 ci dicono che i nostri connazionali sono all’ottavo posto, tra gli acquirenti di servizi su Rent A Coder. Questo secondo me significa che gli italiani ricorrono volentieri a questi sistemi, se lo relazioniamo alla popolazione ed alla penetrazione di internet in rapporto ad altri paesi.

L’Italia non risulta invece tra i primi 10 paesi che forniscono programmatori a questo mercato. Sette di essi sono paesi in via di sviluppo e gli altri tre anglosassoni, cioè paesi nei quali c’è una diffusa e profonda cultura di utilizzo della rete. I primi due, manco a dirlo, sono India e Pakistan, bacini mondiali di competenza informatica.

Ultimo dato interessante, quello relativo alla fedeltà degli acquirenti dei servizi sul sito: il 97 per cento è un acquirente abituale. Questo è molto significativo, perché – non essendo affatto facile affidare la scrittura di un codice a persone sconosciute e per lo più di culture diverse – serve esperienza e possibilmente conoscenza dei singoli programmatori. Altrimenti, è molto facile andare incontro a delusioni.

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